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Modelli di Comportamento Elettorale. Manuale di Marketing Politico.

Modelli di Comportamento Elettorale

    MANUALE DI MARKETING POLITICO

Anche se ci sono studi istitutivi che provengono da vari decenni precedenti, tale è il caso  del lavoro di André Sigfried collocato alla origine della sociologia elettorale francese, può  dirsi che gli studi più sostanziali e utilizzabili si trovano nella seconda meta del secolo.  Data la portata e gli obiettivi di questo lavoro, che intende essere un manuale accessibile  a tutti e centrato sugli aspetti pratici, faremo una sintesi molto breve dei principali  modelli. Indicheremo tra parentesi le opere principali che contengono gli sviluppi di questi  approcci teorici, affinché gli interessati possano ampliare le informazioni alla fonte  originale.   Un modello è una rappresentazione semplificata di un processo che si sviluppa nella realtà.  Conferire ad un modello il grado ottimale di semplicità è essenziale per la sua  utilizzazione. Se è eccessivamente semplice, normalmente si allontana troppo dalla realtà  e cessa di servire per questo motivo. Se è troppo complesso, per avvicinarsi di più alla  realtà, diventa inutile in quanto inapplicabile. Questi ultimi tipi di modelli assomigliano  alla mappa che immaginava Borges, che riprodurrebbe oggetto per oggetto tutta la realtà  del mondo.  I modelli teorici si sono sforzati, conseguentemente, di risolvere la permanente  contraddizione tra rappresentazione della realtà ed utilità. Per la analisi dei comportamenti elettorali si sono elaborate teorie che valorizzano  certi tipi di presupposti, anziché altri, nella formazione della decisione individuale di voto. Alcuni modelli pongono in rilievo i condizionamenti  strutturali, e di lungo termine, che fronteggiano gli elettori nel momento di optare per un partito o candidato. La appartenenza ad una classe  sociale, la religione professata, l'ambiente geografico, sono presupposti rilevanti al momento di spiegare il comportamento elettorale delle  persone. Altri modelli pongono l'enfasi sui fattori congiunturali. Ogni elezione è unica, ed i candidati presenti, i temi del dibattito elettorale, ed  altri fattori di breve periodo, fanno spostare un grande numero di elettori da una opzione partitica ad un'altra.  In questa sede presenteremo quattro grandi tipi di modelli ed alcuni sotto tipi derivati da questi quattro. Il primo tipo potremmo chiamarlo  “sociologico” e ha come riferimento fondamentale lo studio del cosiddetto “gruppo della Columbia” guidato da Paul Lazarsfeld, che ha realizzato i  suoi principali lavori a partire dagli anni 40, nella Università della Columbia. Il secondo tipo di modello è lo psicosociale del gruppo della Università  del Michigan, diretto da Angus Campbell. Il terzo tipo di modello è il comunicazionale ed il quarto tipo si ricava dalla teoria della “scelta  razionale” sviluppata all'inizio nella analisi economica, in seguito utilizzata nella analisi del processo di decisione dei votanti.  Originariamente questo modello si basò sulle ricerche del gruppo di Paul Lazarsfeld, il “Bureau of Applied Social Research” (BASR). Ha avuto una  influenza molto grande nello studio accademico dei comportamenti elettorali (si veda Lazarsfeld 1944 e Berelson 1954). In questi due studi si tenta  di identificare i fattori di maggiore influenza nella decisione del votante. Mediante l'uso di sondaggi su un campione fisso dei 600 persone, si seguì  la evoluzione della presa di decisione di voto lungo la campagna elettorale del 1948 negli Stati Uniti, tra maggio e novembre.  Il modello della Columbia usualmente chiamato anche “sociologico”, poiché le conclusioni di questi studi privilegiano le caratteristiche sociali  degli individui come principali variabili esplicative del loro comportamento elettorale. Secondo la loro affiliazione religiosa, classe sociale,  residenza rurale o urbana, gli elettori erano considerati predisposti a votare sia per i Democratici sia per i Repubblicani. I cattolici, operai con  residenza urbana avevano una tendenza molto forte a votare democratico, mentre quelli protestanti, classe media con residenza in zone rurali  votavano a maggioranza repubblicano.  I ricercatori segnalavano, inoltre, la forte stabilità delle decisioni di voto e postulavano che la incidenza della campagna elettorale era  estremamente debole, rispetto ai condizionamenti sociali, al momento di optare per un partito.  Questo secondo modello, chiamato a volte psicosociale, fu costruito mediante le ricerche del “Institute for Social Research” (ISR) della Università  del Michigan (si veda Campbell 1954, 1960, 1966). Il primo studio si realizzo in occasione della elezione presidenziale del 1952. Da allora gli studi  di questi ricercatori cambiarono qualcosa nelle loro conclusioni, con il passare degli anni, però mantennero comunque certi elementi come assi  esplicativi del comportamento elettorale degli individui.  Il modello del Michigan si costruisce sopra gli atteggiamenti politici dei votanti. Nel suo lavoro più rappresentativo (“The American Voter”,  Campbell 1960), si identificano tre tipi di atteggiamenti come quelli di maggior peso esplicativo nella decisione individuale di voto: 1) la  identificazione partitica, 2) gli atteggiamenti rispetto ai temi del dibattito elettorale e 3) la simpatia per il candidato. Il questa formula, la  identificazione partitica è vista come un antecedente degli altri atteggiamenti e come una parziale organizzatrice di essi. Gli effetti di breve  periodo sono rappresentati da temi e candidati della elezione, e si considera, anche, che le elezioni possono decidersi per questi fattori  congiunturali.  Gli studi che hanno portato a questo modello furono condotti su campioni molto più ampi di quelli realizzati in Columbia e si attuarono su scala  nazionale, in tutti gli Stati Uniti. “The American Voter” è stata senza dubbio l'opera di maggior influenza nello studio dei comportamenti elettorali,  non solo negli Stati Uniti ma sicuramente in tutto il mondo.  Questi due modelli, quello della Columbia e quello del Michigan, sono stati i due contributi principali del comportamentismo alla sociologia  elettorale. Secondo i contesti, possono essere applicati con maggiore o minore efficacia esplicativa. Sembra chiaro che il modello della Columbia  può funzionare molto bene in casi come quello del Cile, che mostra una relazione importante tra situazione sociale ed affiliazione politica. Per  l'Uruguay è evidente che rappresenta molto meglio la realtà il modello del Michigan, per dare conto della congiuntura sul sipario di fondo della  lealtà ai partiti tradizionali.  I primi studi del gruppo della Columbia diedero impulso ad un’altra linea di ricerca che centrò la sua attenzione sugli effetti delle campagne  elettorali. Come abbiamo visto precedentemente, gli studi guidati da Lazarsfeld e Berelson sostenevano che le campagne partecipavano con un  ruolo secondario alla formazione della decisione di voto.Questa linea di ricerca si interessò principalmente allo studio della comunicazione  politica. Criticò i lavori della scuola della Columbia, rivendicando un ruolo centrale delle campagne elettorali per l'esito delle elezioni. Si diceva  che i lavori della Columbia avevano sottostimato il vero impatto della comunicazione politica e ricordavano che, normalmente, una ridotta  percentuale di votanti che si spostano da un partito ad un altro possonocambiare il risultato di una elezione. Questo approccio criticava la  ristrettezza concettuale del modello della Columbia, che teneva in conto unicamente la convinzione degli elettori come indicatore dell'impatto  delle campagne, senza considerare altri elementi decisivi, come la attivazione delle predisposizioni latenti o la motivazione dei votanti con una  identificazione partitica già definita.  Le ricerche sulle campagne elettorali e l'effetto dei mezzi di diffusione furono condotti da un gruppo molto eterogeneo di accademici, che  operavano nelle aree del giornalismo (Chaffe 1975, Khine e Tichenor 1972), scienza politica (Graber 1980, Patterson e Mc Clure 1976, Patterson  1980, Rose 1967), sociologia (Katz y Lazarsfeld 1955; Lang e Lang 1970) e marketing (Ray 1973, Rothschild 1978).  Tra le conclusioni più importanti di questi lavori si trovavano le valutazioni quantificate dell'impatto della campagna. Si diceva che, negli Stati  Uniti, e nel periodo della campagna, tra il 7% e l'11% degli elettori cambia intenzione di voto, da un partito all'altro. Tra coloro che non avevano  una identificazione partitica radicata, questa percentuale saliva tra il 10% e 28%. Le ricerche inquadrate in questa prospettiva comunicazionale si  centrarono sulla analisi dei mezzi di diffusione di massa, tuttavia, in vari studi si segnalava la forte influenza dei contatti personali nella modifica  della intenzione di voto.  E' importante segnalare che questi studi si realizzarono in contesti di elezioni presidenziali. Esiste evidenza empirica che il processo di decisione di  voto in una campagna presidenziale differisce dai processi che portano alla scelta di un candidato in una elezione locale.  Questo approccio utilizza le teorie della “scelta razionale”, che provengono dalla economia, per spiegare come i candidati, partiti e votanti  prendono le loro decisioni politiche (Riker y Ordeshook, 1973). I modelli della scelta razionale considerano che gli attori politici hanno un comportamento motivato, orientato a massimizzare i loro obiettivi  individuali. Questa visone differisce chiaramente dai modelli comportamentisti, tra gli altri, che considerano gli individui in una permanente  risposta ai condizionamenti del loro ambiente. Inoltre, mentre la visione comportamentista è induttiva, il modello positivo è astratto e deduttivo.  Il modello positivo si basa su un ridotto numero di premesse che si riferiscono all'essenziale del processo studiato. Si formalizza mediante modelli  matematici o spaziali che permettono di fare inferenze logiche e prevedono le decisioni degli attori politici. Le conseguenze di una decisione o di  una altra possono essere rapidamente osservate nel modello. La sua capacità predittiva può essere ugualmente valutata e modificata fino ad  ottenere un grado accettabile di funzionamento. Questa linea di ricerca ha costruito modelli che hanno il vantaggio di ottenere un buon compromesso tra la semplicità ed il realismo. Scartano gli  elementi non essenziali e non si preoccupano neanche di approfondire la natura dei fattori che stanno dietro questi punti centrali. Tra gli altri  modelli di questo gruppo, che analizzano differenti aspetti delle elezioni ci sono: il modello teorico decisionale del voto individuale (Buchanan y  Tullock, 1965), i modelli della teoria dei giochi nella formazione di coalizioni politiche (Riker, 1962), i modelli spaziali di competizione partitica  (Downs, 1957), i modelli di assegnazione delle risorse nelle campagne elettorali (Brams, 1978; Kramer, 1966).  Poiché risulterebbe eccessivamente lungo fare in questa sede anche una sintesi di ognuno dei modelli citati, descriveremo unicamente, a titolo di  esempio, il modello della “distanza relativa dal candidato ideale”. Questo modello condivide le premesse dei modelli della “scelta razionale” nella  misura in cui: suppone un elettore razionale, motivato da un interesse individuale, che ha una preferenza chiara per certi politici rispetto ad altri  e per certe caratteristiche dei candidati rispetto ad altre, che può ordinare queste preferenze in una “classifica” e che dispone di informazioni  sufficienti su tutta la offerta elettorale.  Il modello della distanza dei candidati in rapporto al “candidato ideale” si costruisce sulla ipotesi che esiste, nella mente di ogni elettore, un  “profilo” del candidato ideale, e che questo elettore vota per il candidato reale che, a suo giudizio, si avvicina di più al candidato ideale. Esistono  differenti versioni di questo modello, che si strutturano secondo il modo in cui si definisce il candidato ideale ed in base alla forma in cui si misura  la distanza tra questo ed i candidati reali.  Combinando sondaggi di opinione qualitativi e quantitativi si può costruire una specie di “ritratto parlato” del candidato ideale di una elezione,  che ha la forma di un elenco, più o meno esteso, di qualità desiderate dall'elettorato per il titolare di una carica pubblica. Successivamente si fa  una campagna di comunicazione per mostrare il candidato proprio come il più vicino a questo candidato ideale della elezione. Valorizzando i punti  di forza che corrispondono a questo profilo ideale, e tentando di neutralizzare i punti deboli o di divergenza. E' evidente che questo procedimento  si presta più alla “fabbricazione” dei candidati che alla realizzazione di una campagna per un candidato con una immagine e personalità già  definita. 
Il Modello della Columbia.
Il Modello del Michigan.
L’approccio comunicazionale.
I modelli positivi o della “scelta razionale”.

Modelli di Comportamento

Elettorale

In questo tema è specialmente  necessario ricordare il principio  prudente e pragmatico che tutti gli  approcci delle scienze sociali  spiegano qualcosa, però nessuno  spiega tutto. Lo studio sistematico  dei comportamenti elettorali prese  un impulso notevole a partire dagli  anni '40 negli Stati Uniti. 
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Modelli di Comportamento Elettorale. Manuale di Marketing Politico.

Modelli di

Comportamento

Elettorale

    MANUALE DI MARKETING POLITICO

Anche se ci sono studi istitutivi che provengono da  vari decenni precedenti, tale è il caso del lavoro di  André Sigfried collocato alla origine della sociologia  elettorale francese, può dirsi che gli studi più  sostanziali e utilizzabili si trovano nella seconda  meta del secolo. Data la portata e gli obiettivi di  questo lavoro, che intende essere un manuale  accessibile a tutti e centrato sugli aspetti pratici,  faremo una sintesi molto breve dei principali  modelli. Indicheremo tra parentesi le opere  principali che contengono gli sviluppi di questi  approcci teorici, affinché gli interessati possano  ampliare le informazioni alla fonte originale.   Un modello è una rappresentazione semplificata di  un processo che si sviluppa nella realtà. Conferire  ad un modello il grado ottimale di semplicità è  essenziale per la sua utilizzazione. Se è  eccessivamente semplice, normalmente si allontana  troppo dalla realtà e cessa di servire per questo  motivo. Se è troppo complesso, per avvicinarsi di più  alla realtà, diventa inutile in quanto inapplicabile.  Questi ultimi tipi di modelli assomigliano alla mappa  che immaginava Borges, che riprodurrebbe oggetto  per oggetto tutta la realtà del mondo.  I modelli teorici si sono sforzati, conseguentemente,  di risolvere la permanente contraddizione tra  rappresentazione della realtà ed utilità. Per la  analisi dei comportamenti elettorali si sono  elaborate teorie che valorizzano certi tipi di  presupposti, anziché altri, nella formazione della  decisione individuale di voto. Alcuni modelli  pongono in rilievo i condizionamenti strutturali, e di  lungo termine, che fronteggiano gli elettori nel  momento di optare per un partito o candidato. La  appartenenza ad una classe sociale, la religione  professata, l'ambiente geografico, sono presupposti  rilevanti al momento di spiegare il comportamento  elettorale delle persone. Altri modelli pongono  l'enfasi sui fattori congiunturali. Ogni elezione è  unica, ed i candidati presenti, i temi del dibattito  elettorale, ed altri fattori di breve periodo, fanno  spostare un grande numero di elettori da una  opzione partitica ad un'altra.  In questa sede presenteremo quattro grandi tipi di  modelli ed alcuni sotto tipi derivati da questi  quattro. Il primo tipo potremmo chiamarlo  “sociologico” e ha come riferimento fondamentale  lo studio del cosiddetto “gruppo della Columbia”  guidato da Paul Lazarsfeld, che ha realizzato i suoi  principali lavori a partire dagli anni 40, nella  Università della Columbia. Il secondo tipo di modello  è lo psicosociale del gruppo della Università del  Michigan, diretto da Angus Campbell. Il terzo tipo di  modello è il comunicazionale ed il quarto tipo si  ricava dalla teoria della “scelta razionale”  sviluppata all'inizio nella analisi economica, in  seguito utilizzata nella analisi del processo di  decisione dei votanti. Originariamente questo modello si basò sulle  ricerche del gruppo di Paul Lazarsfeld, il “Bureau of  Applied Social Research” (BASR). Ha avuto una  influenza molto grande nello studio accademico dei  comportamenti elettorali (si veda Lazarsfeld 1944 e  Berelson 1954). In questi due studi si tenta di  identificare i fattori di maggiore influenza nella  decisione del votante. Mediante l'uso di sondaggi su  un campione fisso dei 600 persone, si seguì la  evoluzione della presa di decisione di voto lungo la  campagna elettorale del 1948 negli Stati Uniti, tra  maggio e novembre.  Il modello della Columbia usualmente chiamato  anche “sociologico”, poiché le conclusioni di questi  studi privilegiano le caratteristiche sociali degli  individui come principali variabili esplicative del  loro comportamento elettorale. Secondo la loro  affiliazione religiosa, classe sociale, residenza rurale  o urbana, gli elettori erano considerati predisposti a  votare sia per i Democratici sia per i Repubblicani. I  cattolici, operai con residenza urbana avevano una  tendenza molto forte a votare democratico, mentre  quelli protestanti, classe media con residenza in  zone rurali votavano a maggioranza repubblicano.  I ricercatori segnalavano, inoltre, la forte stabilità  delle decisioni di voto e postulavano che la  incidenza della campagna elettorale era  estremamente debole, rispetto ai condizionamenti  sociali, al momento di optare per un partito.  Questo secondo modello, chiamato a volte  psicosociale, fu costruito mediante le ricerche del  “Institute for Social Research” (ISR) della Università  del Michigan (si veda Campbell 1954, 1960, 1966). Il  primo studio si realizzo in occasione della elezione  presidenziale del 1952. Da allora gli studi di questi  ricercatori cambiarono qualcosa nelle loro  conclusioni, con il passare degli anni, però  mantennero comunque certi elementi come assi  esplicativi del comportamento elettorale degli  individui. Il modello del Michigan si costruisce sopra gli  atteggiamenti politici dei votanti. Nel suo lavoro più  rappresentativo (“The American Voter”, Campbell  1960), si identificano tre tipi di atteggiamenti come  quelli di maggior peso esplicativo nella decisione  individuale di voto: 1) la identificazione partitica, 2)  gli atteggiamenti rispetto ai temi del dibattito  elettorale e 3) la simpatia per il candidato. Il questa  formula, la identificazione partitica è vista come un  antecedente degli altri atteggiamenti e come una  parziale organizzatrice di essi. Gli effetti di breve  periodo sono rappresentati da temi e candidati della  elezione, e si considera, anche, che le elezioni  possono decidersi per questi fattori congiunturali.  Gli studi che hanno portato a questo modello furono  condotti su campioni molto più ampi di quelli  realizzati in Columbia e si attuarono su scala  nazionale, in tutti gli Stati Uniti. “The American  Voter” è stata senza dubbio l'opera di maggior  influenza nello studio dei comportamenti elettorali,  non solo negli Stati Uniti ma sicuramente in tutto il  mondo. Questi due modelli, quello della Columbia e quello  del Michigan, sono stati i due contributi principali  del comportamentismo alla sociologia elettorale.  Secondo i contesti, possono essere applicati con  maggiore o minore efficacia esplicativa. Sembra  chiaro che il modello della Columbia può funzionare  molto bene in casi come quello del Cile, che mostra  una relazione importante tra situazione sociale ed  affiliazione politica. Per l'Uruguay è evidente che  rappresenta molto meglio la realtà il modello del  Michigan, per dare conto della congiuntura sul  sipario di fondo della lealtà ai partiti tradizionali.  I primi studi del gruppo della Columbia diedero  impulso ad un’altra linea di ricerca che centrò la sua  attenzione sugli effetti delle campagne elettorali.  Come abbiamo visto precedentemente, gli studi  guidati da Lazarsfeld e Berelson sostenevano che le  campagne partecipavano con un ruolo secondario  alla formazione della decisione di voto.Questa linea  di ricerca si interessò principalmente allo studio  della comunicazione politica. Criticò i lavori della  scuola della Columbia, rivendicando un ruolo  centrale delle campagne elettorali per l'esito delle  elezioni. Si diceva che i lavori della Columbia  avevano sottostimato il vero impatto della  comunicazione politica e ricordavano che,  normalmente, una ridotta percentuale di votanti  che si spostano da un partito ad un altro  possonocambiare il risultato di una elezione. Questo  approccio criticava la ristrettezza concettuale del  modello della Columbia, che teneva in conto  unicamente la convinzione degli elettori come  indicatore dell'impatto delle campagne, senza  considerare altri elementi decisivi, come la  attivazione delle predisposizioni latenti o la  motivazione dei votanti con una identificazione  partitica già definita.  Le ricerche sulle campagne elettorali e l'effetto dei  mezzi di diffusione furono condotti da un gruppo  molto eterogeneo di accademici, che operavano  nelle aree del giornalismo (Chaffe 1975, Khine e  Tichenor 1972), scienza politica (Graber 1980,  Patterson e Mc Clure 1976, Patterson 1980, Rose  1967), sociologia (Katz y Lazarsfeld 1955; Lang e  Lang 1970) e marketing (Ray 1973, Rothschild 1978).  Tra le conclusioni più importanti di questi lavori si  trovavano le valutazioni quantificate dell'impatto  della campagna. Si diceva che, negli Stati Uniti, e  nel periodo della campagna, tra il 7% e l'11% degli  elettori cambia intenzione di voto, da un partito  all'altro. Tra coloro che non avevano una  identificazione partitica radicata, questa  percentuale saliva tra il 10% e 28%. Le ricerche  inquadrate in questa prospettiva comunicazionale si  centrarono sulla analisi dei mezzi di diffusione di  massa, tuttavia, in vari studi si segnalava la forte  influenza dei contatti personali nella modifica della  intenzione di voto. E' importante segnalare che questi studi si  realizzarono in contesti di elezioni presidenziali.  Esiste evidenza empirica che il processo di decisione  di voto in una campagna presidenziale differisce dai  processi che portano alla scelta di un candidato in  una elezione locale. Questo approccio utilizza le teorie della “scelta  razionale”, che provengono dalla economia, per  spiegare come i candidati, partiti e votanti  prendono le loro decisioni politiche (Riker y  Ordeshook, 1973). I modelli della scelta razionale considerano che gli  attori politici hanno un comportamento motivato,  orientato a massimizzare i loro obiettivi individuali.  Questa visone differisce chiaramente dai modelli  comportamentisti, tra gli altri, che considerano gli  individui in una permanente risposta ai  condizionamenti del loro ambiente. Inoltre, mentre  la visione comportamentista è induttiva, il modello  positivo è astratto e deduttivo.  Il modello positivo si basa su un ridotto numero di  premesse che si riferiscono all'essenziale del  processo studiato. Si formalizza mediante modelli  matematici o spaziali che permettono di fare  inferenze logiche e prevedono le decisioni degli  attori politici. Le conseguenze di una decisione o di  una altra possono essere rapidamente osservate nel  modello. La sua capacità predittiva può essere  ugualmente valutata e modificata fino ad ottenere  un grado accettabile di funzionamento.  Questa linea di ricerca ha costruito modelli che  hanno il vantaggio di ottenere un buon compromesso  tra la semplicità ed il realismo. Scartano gli  elementi non essenziali e non si preoccupano  neanche di approfondire la natura dei fattori che  stanno dietro questi punti centrali. Tra gli altri  modelli di questo gruppo, che analizzano differenti  aspetti delle elezioni ci sono: il modello teorico  decisionale del voto individuale (Buchanan y Tullock,  1965), i modelli della teoria dei giochi nella  formazione di coalizioni politiche (Riker, 1962), i  modelli spaziali di competizione partitica (Downs,  1957), i modelli di assegnazione delle risorse nelle  campagne elettorali (Brams, 1978; Kramer, 1966).  Poiché risulterebbe eccessivamente lungo fare in  questa sede anche una sintesi di ognuno dei modelli  citati, descriveremo unicamente, a titolo di  esempio, il modello della “distanza relativa dal  candidato ideale”. Questo modello condivide le  premesse dei modelli della “scelta razionale” nella  misura in cui: suppone un elettore razionale,  motivato da un interesse individuale, che ha una  preferenza chiara per certi politici rispetto ad altri e  per certe caratteristiche dei candidati rispetto ad  altre, che può ordinare queste preferenze in una  “classifica” e che dispone di informazioni sufficienti  su tutta la offerta elettorale.  Il modello della distanza dei candidati in rapporto al  “candidato ideale” si costruisce sulla ipotesi che  esiste, nella mente di ogni elettore, un “profilo” del  candidato ideale, e che questo elettore vota per il  candidato reale che, a suo giudizio, si avvicina di più  al candidato ideale. Esistono differenti versioni di  questo modello, che si strutturano secondo il modo  in cui si definisce il candidato ideale ed in base alla  forma in cui si misura  la distanza tra questo ed i candidati reali.  Combinando sondaggi di opinione qualitativi e  quantitativi si può costruire una specie di “ritratto  parlato” del candidato ideale di una elezione, che  ha la forma di un elenco, più o meno esteso, di  qualità desiderate dall'elettorato per il titolare di  una carica pubblica. Successivamente si fa una  campagna di comunicazione per mostrare il  candidato proprio come il più vicino a questo  candidato ideale della elezione. Valorizzando i punti  di forza che corrispondono a questo profilo ideale, e  tentando di neutralizzare i punti deboli o di  divergenza. E' evidente che questo procedimento si  presta più alla “fabbricazione” dei candidati che  alla realizzazione di una campagna per un candidato  con una immagine e personalità già definita. 
Il Modello della Columbia.
Il Modello del Michigan.
L’approccio comunicazionale.
I modelli positivi o della “scelta razionale”.
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Capitolo Terzo